L'iniziativa congiunta CNEL/ISTAT pone anche all'Italia il teme delle valorizzazione del benessere nella misurazione del PIL.
Chi ha detto che il PIL sia solo un aspetto strettamente economico? Non è proprio lòa crisi che stiamo attraversando a mettere in luce come la stessa capacità redittuale abbia un senso solamente per il benessere che può produrre e non in se stessa.
Si tratta di un percorso complesso che non ha intrapreso solo il Bhutan, piccolo Stato himalayano dove fin dal 1972 un sovrano illuminato, pioniere della nuova tendenza, aveva fatto introdurre l’«indice della felicità nazionale lorda»: un metodo, in gran parte sostitutivo del Pil (il prodotto interno lordo) per calcolare il benessere della società, ma anche in paesi come l'Australia e la Nuova Zelanda, dove il percorso è più avanzato, le nuove leggi che il governo vuole varare vengono valutate anche in base all'impatto che determineranno sugli indicatori del benessere.
La stessa Accademia di Stoccolma, nell’assegnare il premio Nobel per l’Economia nel 2002 ha scelto Daniel Kahneman, uno psicologo noto per i suoi studi sugli impulsi e i comportamenti che sono alla base delle scelte economiche degli individui: un vero capostipite degli studiosi dell’economia della felicità.
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